
21 ottobre 2026
La Toscana destina centinaia di milioni di euro all’agricoltura biologica, ma continua a investire risorse limitate nell’organizzazione delle filiere e nello sviluppo dei distretti. Una contraddizione che torna al centro del dibattito sulle difficoltà del settore agricolo, anche alla luce delle recenti manifestazioni degli agricoltori.
A sollevare la questione è Giacomo Sanavìo, portavoce dei Distretti Biologici toscani per GreenGea, che in un intervento del 21 ottobre chiede un cambiamento delle politiche agricole regionali, nazionali ed europee. Secondo Sanavìo, i contributi occasionali non risolvono problemi strutturali come la scarsa redditività delle aziende e gli squilibri nella distribuzione del valore lungo la filiera.
I numeri confermano la centralità del sostegno pubblico. Il Complemento per lo sviluppo rurale (CSR) della Toscana 2023-2027 dispone di quasi 749 milioni di euro, dei quali circa 231 milioni destinati alla misura SRA29, che finanzia l’adozione e il mantenimento dell’agricoltura biologica attraverso premi legati alle superfici coltivate.
Molto più contenute sono le risorse per la cooperazione territoriale. L’ultimo bando della misura SRG07, destinata a sistemi del cibo, filiere e mercati locali, prevedeva complessivamente 1,5 milioni di euro, con contributi massimi di 150mila euro per progetto. Strumenti differenti per finalità, ma il confronto evidenzia la debolezza dei finanziamenti dedicati all’organizzazione economica dei distretti.
Per Sanavìo, la priorità è superare una politica concentrata prevalentemente sulle singole imprese. Occorre rafforzare cooperative e organizzazioni di produttori, sostenere trasformazione, logistica e commercializzazione, garantendo maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi.
La proposta concreta alla Regione Toscana è attivare una programmazione specifica per i Progetti Integrati di Distretto, con risorse adeguate, bandi coordinati e criteri capaci di premiare la collaborazione tra agricoltori, imprese ed enti locali.
L’incertezza sulla Politica agricola comune dopo il 2027 rappresenta un’ulteriore criticità, soprattutto per le aziende che intendono convertirsi al biologico. La questione, dunque, non riguarda soltanto quanto denaro pubblico viene distribuito, ma quali risultati produce. Senza filiere organizzate e prezzi remunerativi, anche gli investimenti nella sostenibilità rischiano di non tradursi in sviluppo economico per i territori.

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